ZARATHUSTRA FELIX, GLI ANIMALI E ZARATHUSTRA

 

È il 15 novembre, il giorno, sessantadue anni fa, in cui sono nato. La settimana scorsa io e mia moglie abbiamo deciso che l'avremmo passato a Milano. Quindi, in questo giorno in cui alcune decine di unità, con brama che man mano vado avanti diventa sempre più famelica, ne accorpano ancora una e sarebbe più facile dire che ne mancano trentotto per arrivare a cento che contare le sessantadue già trascorse, alle 8,32 partiamo da Tortona.

Mariella, socievole come sempre, in treno trova subito qualcuno con cui parlare; è una donna polacca da lei conosciuta alcuni anni prima; io un po', distrattamente, ascolto un po' dormicchio, aspettando, dopo il cambiamento di direzione di Voghera, provenienti dai finestrini opposti, quei raggi del sole sulla faccia che talora, d'inverno, in assenza di nebbia, accompagnano per un bel tratto, piacevolmente, un rasserenato respiro e il risveglio dopo qualche sogno subitaneo velocemente transitato.

Arrivati a Milano, dopo aver salutato la compagna di viaggio, usciti dalla stazione ci incamminiamo per via Vitruvio. E' un piacere sottile quello che dal treno scende insieme ai propri piedi che tranquillamente si muovono, mentre altri piedi si affrettano, sapendo che non ci si approssima a lavorare, un lavoro magari noioso, o faticoso, e che il tempo di quel giorno sarà dedicato al proprio tempo, quello del proprio corpo in linea con la propria mente. Mi capita di averlo, questo stesso piacere, quando arriviamo a Venezia, allorché, fuori dalla stazione, mentre scendiamo le scale, respiro a pieni polmoni l'odore della laguna a tanti non gradito. Mi viene in mente il ponte di Calatrava, orrendo, che per la prima volta vidi e, non del tutto, ma solo in parte, percorsi l'anno passato; andai da solo, e per un solo giorno, per la Biennale che mi diede impressioni simili a quelle datemi dal ponte. Va sempre vista in compagnia di una donna; allora, solo in quel caso, qualche ambasciata dell'arte si salva, anche per il piacere di un frugale e atteso pranzo sur l'herbe  delle Folies-Bergèr (di tante Biennali, il ricordo di un ridotto numero di opere d'arte è incastonato in quella pausa, in quel sobrio interludio gastronomico) sotto il sole, sia esso estivo, perciò caldo, sia autunnale, ugualmente caldo; in caso contrario mesticati a giri e rigiri fatti in solitudine e di corsa rimangono solo detriti e spazzatura.

Con calma, senza fretta, fermandoci di tanto in tanto davanti a qualche vetrina, facciamo tutta via Vitruvio; all'angolo di corso Buenos Aires, Mariella si ferma davanti a un negozio di abbigliamento per entrarvi, non sono luoghi che mi attirino e mi entusiasmino, però anch'io, insieme a lei, varco la soglia.

Davvero non ho molta simpatia per i negozi di abbigliamento. Mi irritano, mi annoiano, mi mettono in confusione, e quando devo comprare qualcosa cerco di fare più in fretta possibile.

Il caldo degli ambienti chiusi mi obbliga, d'inverno, ad aprire, appena entrato, il giubbotto o la giacca a vento che di solito indosso direttamente sopra la camicia – un po' di maglioni che mi hanno regalato stanno fermi nell'armadio, senza che io li abbia mai indossati, da non so più quanto tempo –, nel far ciò, si rompe l'estremità metallica della striscia di tessuto (quando l'euforia sartoriale non prende il sopravvento è un semplice, unico, comodo, resistente pezzo di metallo) che permette al cursore della cerniera, sbloccandolo, di scorrere. Trovarmi nell'impossibilità di farlo mi dà un'immediata sensazione di asfissia e conseguente affannosa ricerca d'aria che smorzi la stretta del soffocamento: è molto peggio della mancanza d'ossigeno che provavo durante la risalita nell’imminenza dell'emersione, quando sul fondo del mare mi soffermavo più del dovuto. Ed è un dramma che sto vivendo in completa solitudine, e in tal modo voglio superarlo. Con la lucidità di cui si dispone nel far le cose quando si ha tempo sarebbe stato un facile giochetto.

 

Momento per momento. Ora ho tutto presente di quel giorno, attimo per attimo, un attimo appresso all'altro e uno sull'altro, dimodoché vedo il primo fuso con l'ultimo, in trasparenza. Io lì avevo la sensazione di soffocare, cercavo, davanti agli specchi verticali, sbarrando gli occhi su quella stretta opprimente al collo, di coordinare i gesti, sollevando il mento in cerca d'aria – sulla propria immagine speculare non è facile pilotare la direzione dei movimenti –, prima con una chiave estratta dalla tasca, che però non entrava nel foro, poi con quel che era rimasto di utilizzabile dell'estremità metallica spezzata, e aprire in fretta e al meglio quell'ostinata chiusura. Dopo vari tentativi ci riuscivo, almeno in parte, facendo scivolare il cursore di una decina di centimetri. Convinto quanto mai, in quei secondi in cui tutto si svolgeva: dovevo arrangiarmi da solo. Ancora troppo stretto per poter sfilare il giubbotto dalla testa come una maglia, ma riuscivo a respirare normalmente. Avrei potuto chiedere aiuto a Mariella, lei continuava a girare per gli spazi disegnati dagli appendiabiti ignorando quel che mi era accaduto, ma apposta non l'avevo chiamata, dovevo essere io a sbrigarmela, a risolvere il problema; un paio di commesse piegavano e impilavano vestiti, una, forse due persone (una di sicuro straordinariamente grassa, come il collo che pochi minuti prima avevo avuto l'impressione mi si stesse gonfiando, un tutt'uno con la testa) si muovevano anche loro lungo i corridoi tra una fila di indumenti e l'altra.

Era un'impiegata, una figura pure lei in carne, e stava mettendo a posto delle cose, forse etichette, e mentre le riordinava parlava, versando parole su parole – ma la sua voce non mi arrivava –, rivolgendosi alla sua collega un po' meno formosa che si muoveva sorridendo, parlava e parlava, su riflessioni al passato oppure progetti per il futuro, o un qualsiasi irrilevante fatto vissuto la sera prima, o l'oroscopo appena letto o ascoltato. Mi diceva uno speaker radiofonico, insisteva su questo fatto facendone un vanto, quando ero giovane, che in redazione avevano dei bigliettini con “previsioni astrologiche” e, al mattino, le estraevano a caso abbinandole via via ai segni zodiacali. Così si divertivano e ridevano, pensando che tanti di coloro i quali erano in ascolto basavano spesso scelte e decisioni della propria giornata su quelle stupidaggini. Talvolta persino ringraziando gli astrologi-maghi dagli improbabili nomi, con riverenti partecipazioni successive in diretta, per la veridicità delle previsioni e la corrispondenza dei fatti.

Usciti da quel luogo in cui lo sguardo emerso aveva potuto felicemente spaziare tutt'attorno come su un ravvicinato orizzonte marino, ci siamo diretti verso la libreria Feltrinelli che è a qualche cinquantina di metri più avanti, forse un paio (il mezzo euro mi preme rivalutare, non come tale ma come equivalente a mille lire che vorrei lo sostituissero, l'Euro è brutto da vedere, nel disegno e nei colori), dopo aver fatto una breve puntata in un altro di questi luoghi chiusi-aperti verso i quali non ho grande trasporto.

No, non amo i negozi di abbigliamento, mi disorientano. Non amo le mode dettate da altri che considero teste da non stimare e non seguire. Non amo diventare come gli altri, far gruppo, sparire nella massa, essere numero fra i numeri. Non amo i colori di moda, le forme di moda. Quei modi di abbigliarsi inventati da gente che avendo digerito male, la notte dorme male, la mattina si sveglia peggio, si alza e obbliga milioni di individui a vestirsi, conciarsi, fasciarsi nella stessa identica scomoda-maniera!

Quella squaquaracchiata invenzione dei pantaloni a vita bassa, ad esempio, che inesorabilmente scivolavano lasciando sbirticari la ciccia sui fianchi e le pance cadenti dovute alla sovralimentazione; che necessitavano di quel gesto goffo per tirarli su, effetto e causa, causa ed effetto di quella goffaggine che andò a coprire cultura e comportamenti. E le aste degli occhiali alte due centimetri e oltre! Se l'evoluzione ci ha dotati di una certa visione laterale perché privarcene con i paraocchi?

Nella libreria Feltrinelli – ha l'afono “la” davanti ma è scomodo da usare, complicazione inutile in questo caso –, dove solitamente, quando andiamo a Milano, io e mia moglie ci fermiamo, nel bar che c'è all'interno a prendere il caffè, mi è venuta la pensata di mettere uno degli anelli a spirale del portachiavi della Hyundai alla cerniera, per consentire al cursore di scorrere, con quella specie di doppio e filiforme uroboro funzionava perfettamente e tuttora così la utilizzo. Prima di sedermi a uno dei tavoli sono andato a prendere nella sala in fondo un’edizione di “Così parlò Zarathustra”, dell’Adelphi, copertina di un pallido giallo, carattere discreto, anche nella dimensione; “Noto che la fila dei libri di Nietzsche è nell’ultimo ripiano in basso dello scaffale”, mi sono detto. La pochezza dell'ideologia politica! Errata in sé ed errata, nelle preclusioni che ha, per i giudizi che dispensa a destra e a manca.

Abbiamo fatto colazione, Mariella con un caffè macchiato e una mini brioche, io solo un caffè macchiato, riservandomi di prenderla, la brioche, in un bar torrefazione più avanti dove si trovano ben fatte e ripiene di cioccolato. Siamo rimasti quindi seduti per una ventina di minuti: uno dei piaceri della giornata! Mariella leggendo un libro che ha preso, io alcuni discorsi di Zarathustra per confrontarli con l’edizione che ho a casa.

Dalla libreria ci siamo avviati verso il centro, ho aspettato fuori quando Mariella si è fermata in un paio di negozi e ha comprato qualcosa; con flemma, non c'era motivo di aver fretta, abbiamo proseguito lungo i marciapiedi che l’anno scorso hanno messo a posto e allargato. Piazza Oberdan, tra corso Buenos Aires e corso Venezia – non avevamo voglia, stavolta, di deviare verso lo Spazio espositivo omonimo, la volta precedente non ne era valsa la pena  –, quindi avanti lungo l’inferriata di Villa Palestro parlando del più e del meno, delle tante occasioni che negli anni ci hanno visto fare quella strada; sulla destra il Planetario, il Museo di Storia Naturale, gente che correva, file di bambini, macchine che parcheggiavano, qualche bicicletta, tutto ovattato e lontano. “È una bella mattinata, c’è il sole, sto pensando”: Undici anni di coincidenza tra l’eterno rinnovamento e l’eterno ritorno, essere in uno, più d’uno e in silenzio.

All’inizio di corso Vittorio Emanuele II io e mia moglie abbiamo deciso di dividerci e di ritrovarci dopo poco più di un’ora per pranzare. Lei è andata a fare un giro per negozi, io a gironzolare per conto mio. Dopo pranzo, come al solito, saremmo stati insieme a passare dalla Hoepli alla Rizzoli, dalla Mondadori alla Feltrinelli, rimanendo in questi luoghi fatti di parole per gran parte del pomeriggio.

Prima si andava anche a vedere qualche mostra, via Brera e dintorni, via Manzoni, via Senato, nei pressi di via Torino, in qualche galleria privata o pubblica. Adesso le gallerie d’arte mi annoiano, pure le mostre a Palazzo Reale. Quello che c’è al Museo del Novecento lo preferivo nell’allestimento della GIMAC di tanti anni fa, ora è un pastone sconclusionato; inoltre, come se ciò non bastasse, entrando la prima cosa che si vede è il Quarto Stato di Pellizza, un quadro, e il suo autore, che in più di trent’anni a Tortona mi hanno proposto e riproposto fino alla nausea, perciò il vederlo non mi mette di buon umore. Mentre, molto tempo prima, trovarsi a tu per tu, in una stanza al terzo piano di cinque metri per quattro, con una dozzina di tele di Morandi senza che nessuno venisse a controllare e a rompere le scatole, non era esperienza da poco; allora, oggi Morandi non mi provoca né caldo né freddo. Stavo dicendo delle esposizioni a Palazzo Reale, prima di tutto costano (io non devo pagare per vedere opere d’arte, men che meno se poco mi interessano o nulla; convinzione irremovibile se le considero opere d'arte supposte tali, fabbricate – spesso con mezzi cospicui – per essere lette come roba preziosa, sgorgata da eccelse menti per deliziar le greggi; non sia mai che una visione seppur critica contribuisca a legittimare, facendo numero, questo andazzo speculativo e insincero!), e poi? cosa dovrei andare a vedere? Pomodoro? Poteva interessarmi quando avevo vent’anni, anche quaranta, adesso quella scultura la trovo ripetitiva e sciupacchiata, anche indigesta. Tutta una vita di crepe e corrosioni di bronzo! no, non m’interessa. Lessi queste stesse parole dette da Marconi su Guttuso, intervistato dopo la morte del pittore siciliano. E oggi a me Guttuso interessa poco o nulla, quanto altrettanto poco o nulla m’interessa Pomodoro. Mi scappa un sorriso – che non guasta – perché in questo momento sto pensando a un disegno di Guttuso con macropigie donnine dalle movenze procaci, “Estratto di pomodoro” (sarebbe stato più corretto “concentrato”), per dirla in siciliano “a sarsina sicca”.

Cos’hanno a che vedere la dinoccolata grafia e le contesse cu falari del pittore meridionale, o i crepacci ammanierati e distruttivi dello scultore settentrionale con quel liquido infuocato, rosso, mediterraneo, steso sotto il sole a picco, supra u scanaturi, ad assorbire, restringendosi, addensandosi, a caricarsi di energia, ad assuppari, riducendosi a quel poco che basta, tuttu u cavuru chi c’era?

Ecco cos’è la provincia: un posto nel quale, quando avevo quindici o sedici anni, l’arrivo di un disco di bronzo lucidato o di qualche fetta di sfera d’acciaio rappresentava un avvenimento di capitale importanza. Si chiamava Quattro Venti la galleria che li metteva in mostra e si trovava in via Libertà, non lontano dalla Olivetti. Era, quello, un tempo in cui alcune gallerie d’arte di Palermo, Arte al Borgo, La Robinia, La Tavolozza, esponevano i nomi cosiddetti di grido. Quanto mi sembra piccolo quel mondo piccolo di allora!

Rubens? Dovrei andare a vedere Rubens? Mai al mondo; ho sempre trovato molto poco attraenti le donne adipose (di benessere ostentato come tutta la materia della sua indiscriminata pittura, priva di differenze, disposizione e modifica tecnica tra un soggetto e l’altro), con la carne dipinta ipernutrita, trapuntata dell’opulento, facoltoso (e ci teneva a mostrarlo) commerciante e pittore fiammingo. Cento volte meglio, seppur bene in forma, la materia soda, terrosa dei nudi di Picasso degli anni venti, oppure le donne lunari o selvatiche di Delvaux; quello dipinto da Delvaux è il pube più bello – una moltiplicazione di nudi in un bosco, davanti a un notturno ancorché diurno tempio –  o uno dei più belli in pittura, riccioluto e folto, senza indecise colature oleose che lo rendono, nelle donne di Tiziano per esempio, casto e mistico, anzi serrato e refrattario, sterile.

Escher? visto e rivisto, con i suoi giochetti, rebus e illusioni grafiche, gli intrallazzi manichei. Hokusai, forse? la cui onda mi trovo sempre tra i piedi come il Quarto Stato? e anche se onda non è ma monte sempre forma di onda ha? Hokusai non suscita in me alcun interesse.

Non parliamo poi delle gallerie private, dove a far bella figura su piedistalli e pareti c'è poca cosa.

In questi luoghi di parole e immagini di copertine, quali sono le librerie, invece, mi trovo a mio agio, nell'indifferenza e silenzio altrui indaffarati a guardare o leggere; col profumo della carta stampata, della colla delle rilegature (alcuni libri d'arte hanno un odore talmente forte d'inchiostro che quasi puzzano, quelli con più pretese, che chiudo subito dopo averli aperti), sto bene, tra i cataloghi di mostre che si possono scorrere in meno di un minuto, senza neanche il bisogno di aprirli completamente, mettendoli di taglio, reggendone la costa con il palmo di una mano e sfogliandoli velocemente con l'indice e il pollice dell'altra; i testi non occorre leggerli, tanto non dicono niente di nuovo rispetto a quelli già letti, che di per sé erano assemblaggi di noiose parole al sapore di nulla. Libri d'arte sempre sugli stessi nomi, pomposi cataloghi di mostre sempre degli stessi nomi, che noia!

Occorre dire che se tanti libri non fossero pubblicati il sapere non ne verrebbe a soffrire. E si risparmierebbero tonnellate di carta, con ciò che ne consegue, dagli alberi all'acqua; e che i lettori i quali quei libri purtroppo pubblicati ahiloro hanno letto avrebbero potuto impiegare il tempo in qualcosa di più proficuo. Una prova di pensiero, quasi un periodico allenamento, che, come la prova d'artista, dovrebbe rimanere per sé, patrimonio o cosa di poco conto di chi quel pensiero l'ha fatto, senza lo sboccamento, l'eccedenza della comunicazione. La comunione a tutti i costi di concetti che, quando diventano imposizione, balorda affermazione di sé – il che è comune a molti, troppi – prendono la piega della menzogna, del tradimento, della malattia contagiosa, diventano incomprensione voluta e cronica, disfacimento nel fango dell'ego gonfiato e caducamente provvisorio. Il silenzio ha ragione della voce tendenziosa.

“Devi volerti bruciare dentro la tua fiamma: come vuoi rinnovarti se non sei ridotto in cenere?... con le mie lacrime rifugiati nella tua solitudine, fratello. Amo colui che vuole qualcosa al di sopra di sé, e ciò facendo perisce.– “(Del cammino del creatore).

È sempre un'energia dentro l'altra, uno stato che ne contiene un altro, l'anello interrotto, sfalsato nelle estremità, che gira lungo una spirale cilindrica circolare, anch'essa tagliata in un punto, e, con quelle due estremità non combacianti ma sfalsate, questa a sua volta girerà su una spirale cilindrica e circolare più grande, e via di questo passo.

Il movimento che s'instaura nella testa dove passato e futuro convergono nell'attimo presente in una mente prossima al rifugio della “follia”. Ha la percezione fisica del tempo, poiché del tempo segue il movimento, riesce a valutarne lo spostamento in ogni attimo.

 

Abbiamo pranzato all'una e qualche cosa, mia moglie lasagne al forno servite in un tegame di terracotta, io una specie di fusilli al sugo in un grande piatto piano rosso color terracotta, seduti su panche coperte da cuscini  imbottiti anche di una certa quantità d'aria, e una ridotta, quasi inesistente spalliera in comune con altri alle nostre spalle, che quando si muovevano facevano alzare e abbassare quei “canotti-pouf”: come mangiare su un natante. Buona la pasta, buona la foglia di basilico sistemata in bella vista sopra, buone le lasagne, buona la Coca-Cola che non bevevo da tanto tempo, accogliente e gradevole il posto col chiacchiericcio tipico degli impiegati in pausa pranzo. Più che stare in terraferma (anche se di un secondo piano si trattava) sembrava di andar per mare cavalcando le onde.

“Ora basta parlare”, con queste parole ho tolto a Feliscatus la biro dalle mani, “il pomeriggio è mio e di mia moglie”.

 

Oggi, 22 novembre, ho eseguito il primo disegno per Zarathustra: “La prefazione”, facendo riferimento ad un abbozzo di settembre.

Dunque, la penisola iberica. Di nuovo lei. Confini, insenature e coste aggettanti, punto dopo punto strapiombi che vanno a fondo e sabbie bagnate che calano lente, si stendono  molli: l'acqua per tre quarti disegna le linee e le modella, mentre è pensato e deglutito lo spirito francese.

È stata Don Chisciotte, Dulcinea; nel 2002, come si doveva, s'inoltrò tra mito e teatro con Ercole e Amleto. In altra maniera, rispetto a quanto un ordine cronologico richieda, mi appare, mentre s'allontana, Head, che fu formazione d'insieme saldamente in piedi sul morso di un giaguaro bianco.

È diventata Frankenstein; Victor e Frankenstein. Poi Arlecchino. En passant il suo intervento aveva portato un ampliamento di vedute in Atlante. Ha dato quindi – non è trascorso molto tempo – il volto a Ovumunnu. Ancora: ieri l'altro si è fatta strega e stregone, sotto il cappello a punta di asino in Contropittura. Iberia ha connotati mutevoli, plastici, duttili. La manipolo a ritroso; “così volli che fosse”: giaguaro anziché topo.

Adesso è Zarathustra, e, ruotata di centottanta gradi, Nietzsche. Oppure Nietzsche che, ruotato di centottanta gradi, diventa Zarathustra.

 

In Zarathustra ci sono Nietzsche e Zarathustra, il resto conta poco; secondo i momenti e i punti di vista n'anticchia chiù di poco, un po' più di picca: dall'idea di aldilà all'ultimo bipede umano. Una moltitudine di animali, sì, solo gli animali hanno un'intermittente importanza. L'aquila e il serpente, i suoi animali, con ruoli prioritari, la forma e il movimento dei quali fanno parte del continuo passaggio rotatorio, ellittico, grafico, da Nietzsche a Zarathustra a Nietzsche e avanti così che si va bene.

Lavorando su Zarathustra (il suo volto), in questo primo disegno, avrei dovuto capovolgere il foglio affinché la barba del profeta persiano (i capelli di Nietzsche) mi venissero con rapporti tra linee e chiari e scuri facilitati. Ho preferito non farlo per lasciare spazio all'invenzione e all'improvvisazione. È un disegno che mi soddisfa ma che ha voluto per sé molta energia, mi sento affaticato. E non è che l'inizio! Cosa mi aspetta? La sorpresa, la decisione, l'irreversibilità dovranno guidarmi. Non si torna indietro. Avanti tutta! Chi potrà fermare questa corsa di salti, la danza di segni, le capriole di scintillanti sillabe scritte usando portentose cesoie, dividendo il tempo in prima e dopo? Il piacere sta nel fare. Illanguidita rimanenza è il rammollimento, il vuoto, la pingue retorica nel dire parole che corrispondano al walore di ciò che si è fatto, all'incontro col doppio.

Quando allestisco una mostra è già tutto finito, la malinconia prende il posto dell'entusiasmo. Non c'è alcun dubbio su quanto è esposto. Non avrei potuto farlo in altro modo fuorché in quello che “ora” – e non poi né a quel tempo – sta appeso ai muri. Ma qui, su queste pareti ci sono cadaveri, concetti “allora” disegnati ma per quanto mi riguarda adesso inattivi e spunto per un compiacimento da bandire; per gli altri non so, e poco m'importa; c'è il lato oscuro di un pensiero morto a tu per tu con chi ne porta il peso. Pensieri che hanno bisogno di nuovi sviluppi, di essere sostituiti, nella curva indotta a girare, da ragionamenti nuovi con forme diverse, perché l'aria del passato è venefica, il passato asfissia, non viene soppresso, sopprime.

In tre volte tre metri, spaccato a metà ciò che sta in mezzo: un metro e mezzo e l'immagine riflessa di questo, per quindici giorni vi attacco sopra pezzi di carne ibernata, non di spirito; ma con l'innesco giusto, a posteriori, è la carne ad essere incendiaria, non lo spirito. Pezzi di carne, sezioni di tempo, parti di materia e il pensiero diviso in due: sé e di sé l'immagine.

Uno dei primi quadri della mia infanzia fu “La bottiglia di Suze” di Picasso, grande poco più di un francobollo, su un'enciclopedia Garzanti del '62, letta guardando l'immagine capovolta di chi non sapeva che sarebbe diventato artista, dell'enciclopedia, della bottiglia sul pomello concavo d'ottone di una porta. La Suze dalla scomposta bottiglia fuoriusciva, e da diversi punti di vista: il quadro, l'immagine del quadro, la realtà, l'immagine riflessa della realtà e realtà anch'essa. Il tempo, quello di allora, quello di oggi, nel ripiano di una bancarella di libri in un sabato di mercato, sulle pagine non più bianche ma brune, l'irrugginita terra ocra degli anni cubisti, venti franchi in tutto, dieci franchi a zolla, dieci franchi a volume.

Una matita, lunga quanto una sigaretta semifumata, poggia, dal lato della punta, nella parte alta di un temperamatite, dall'altro sulla gomma legata con la guaina metallica alla sua esagonale sommità, la gomma è bianca e cilindrica, la matita è nera. Due falde di un tetto spiovente, una delle quali è tenuta da chi tende a distruggerla, cancellandone corpo e dialettica, un tetto compreso tra due fuochi che sono maggiormente estesi della metà del tetto.

Un caos dionisiaco è la scrivania come piano d'appoggio di questa architettura inutile di utili componenti; un circoscritto e vuoto quadrato apollineo che c'è in quanto disegnato da ciò che lo circonda, libero, e per questo privo di vitalità, dalla sommatoria caotica dei più vari oggetti, accoglie, però, fogli su cui Dioniso scatena le sue danze.

Una casa è un animale che cammina e il tetto che la copre è una brochure piegata a quattro ante. La brochure è di ghiaccio, e la casa è pure di ghiaccio. Lontano dalla casa c'è una cupola di colla, che per quanto si sforzi non riuscirà mai a incollare il ghiaccio. Il ghiaccio non ha bisogno di complici esterni, non necessita di colla, s'incolla da sé. Ma questo ghiaccio è fatto di carta! Ebbene, non serve lo stesso nessun adesivo, incollerò le pareti e il tetto sgualcito di questa abitazione di carta con il colore dell'azione, e poi agirò col fuoco sul ghiaccio di carta. Gli darò un nome caloroso perché possa presentarsi: io mi chiamo pungente, mi sento urticante, e sono fatto di aceto caldo.

La pittura che faccio mi viene data dalla vita che ho. Vorrei un'altra vita per avere un'altra pittura? No, non voglio un'altra vita e un'altra pittura. La forza che ho la trovo nella vita che vivo, non voglio un'altra vita che mi privi di questa forza. Voglio una vita uguale a questa per continuare a sfidarla. Questo è l'eterno ritorno dell'uguale: misurare la propria forza che è rinnovata, continuamente rinnovata spinta al cambiamento. Morto io anche il mio universo muore, ciò che io so, la conoscenza che ho cessa di esistere insieme a me. Non avrei nessun problema, un bel giorno, a cancellare parte di quel che ho dipinto, scolpito, disegnato, fotografato finora; causando, lontano dalla violenza, senza traumi, con pratica anestetica, naturalmente sequenziale nelle campate per l'avvicendamento dei cicli, la sparizione di quella patina dall'indefinibile spessore che muta la materia inerte in pensiero, limare l'ossido benché attivo e poter ricominciare, in extremis, non da capo, sarebbe impossibile – l'acqua ritorna dopo un giro completo; l'acqua sì, non la vita –, ma pensare di farlo per riempire il vuoto che naturalmente verrebbe a crearsi. Sono sempre stato il destino, il porto d'arrivo del mio lavoro perennemente in viaggio e in continua mutazione.

 

7 dicembre.  Con “Della saggezza umana, L'ora più silenziosa” ho finito la seconda parte di Zarathustra. Fin dall'inizio avevo pensato a una raffigurazione pittorica o grafica (ho deciso poi di affidarmi al segno che considero proprietario e inquilino del rapporto di Nietzsche con la scrittura) ogni due discorsi; in realtà una doppia immagine, il volto del pensatore e quello di chi nel libro lo rappresenta prendendone il posto e parlando in sua vece. L'impostazione suddetta ha avuto due eccezioni, nel primo e nell'ultimo discorso della prima parte, singolarmente affiancati al secondo e al tredicesimo disegno.

C'è stato qualche giorno di ritardo rispetto al previsto, ma non ho resistito alla tentazione, dopo aver preparato la carta per gli ultimi due disegni, appunto, della seconda parte, di fare prima, utilizzando metà di una più che usata carpetta grigia con alette, “Il viandante, Della visione e dell'enigma”. In questo lavoro, e nel successivo “Della felicità non voluta, Prima del levar del sole” per il quale mi sono servito della restante metà carpetta, e che ho realizzato subito dopo il precedente non sentendomi di sganciarne l'indiscutibile legame, Nietzsche e Zarathustra hanno assunto dimensioni di giganti, nel primo dei disegni della terza parte Nietzsche, nel secondo Zarathustra; mentre la grandezza delle rispettive controparti è rimasta invariata.

La questione sta tutta nei seguenti termini: bisogna fregarsene di quello che dicono e fanno gli altri, non prenderli in considerazione. Perché gli altri, se non tutti poco ci manca, una volta sì e una volta sempre, recitano un ruolo, l'unico che ad essi si confà, quello dei menzogneri per professione, predisposizione e diletto. Per abitudine.

Zarathustra è: trar vittoria dalle sconfitte, verità dalla menzogna apertamente accusata di essere tale; è poi parola, letteratura, poesia (filosofia no, essa comprende ad un tempo vittoria e sconfitta, sconfitta e vittoria); mi fanno ridere gli spasmi mentali e i contorcimenti lessicali di certi filosofi; quelle dei filosofi di “rango”, di mestiere, sono parole che girano a vuoto, smentendo le precedenti e contraddicendo quelle che seguono; mi fanno ridere le tonnellate di saccenti coi loro discorsi e le loro facilmente oppugnabili dimostrazioni sull’esistenza delle divinità: si sa che quei frutti andati a male di idee astruse sono creazioni della mente dell’uomo, quindi non esistono, punto e basta, e perciò, tagliando corto, tutto ciò che i masticatori filosofari hanno detto e dicono a tal proposito con ghirigori teorici fasulli tesi a dimostrare l’esistenza dell’inesistente, vale meno di niente. Il carattere di Zarathustra è trarre verità dalla sofferenza, placare la sofferenza e colmare la solitudine per trovare le parole, l’immagine. Solitudine in effetti non più tale: Nietzsche è in compagnia di Zarathustra, Zarathustra è in compagnia di Nietzsche.

L’eterno cambiamento fuori dall’arte – nella quale è invece duraturo – sarebbe effimero.

L’accettazione dell’eterno ritorno nella vita per godere dell’eterno cambiamento nell’arte verso cui indirizzare le energie.

Mi basta guardar poco per ricavare una pittura sconfinata; non saprei come contenere ciò che mi susciterebbe lo sguardo su tanto.

Stamattina, dunque, l’ho finito, il ventiquattresimo disegno. Sto per andare a Milano insieme a Mariella. Alle 8,32 abbiamo il treno.

 

Con venti minuti di ritardo – non è una novità, il ritardo dei treni italiani è una consuetudine, una “qualità” alla quale pare non sappiano rinunciare – poco prima delle dieci siamo arrivati a Milano. Faceva freddo.

Usciti dalla stazione ci siamo avviati verso il centro, decidendo, tra un negozio e l’altro, di passare dalla Galleria d’Arte Moderna di via Palestro e dal PAC. Le collezioni permanenti le abbiamo viste non so più quante volte; c’era una mostra, a pagamento, perciò non siamo entrati, ho preso il catalogo (gratuito), la copertina all’interno azzurra, no, blu scuro, blu spento e trasparente, come il cielo di una Natività su tela di cotone trattata con cementite che, cinquant’anni fa, andò a finire insieme a due cani legati alla catena.

Ho letto sul treno, durante il viaggio di ritorno a Tortona, alla sera, le solite, inutili cose scritte nei cataloghi. Arrivati a casa il catalogo l’ho buttato. Ho tenuto la copertina, prevedendo di usarla, un giorno o l’altro, come già m’è capitato altre volte di fare con pagine e copertine di cataloghi; Cavalli a dondolo II è stato realizzato in parte su questo tipo di supporti. Lì ho fatto i primi due disegni per la quarta parte di Zarathustra, tra il 10 e il 12 dicembre, senza prendere alcuna decisione sull’uso di questo colore o di un altro similare, sempre nell’ambito dei blu, per i restanti disegni.

Nel Padiglione d’Arte Contemporanea, dove si arriva attraversando il cortile della Galleria, nulla che valesse la pena di entrare. Dopo aver dato una rapida occhiata al corposo catalogo (a pagamento) – sicuro che ci fosse un catalogo e che io l’abbia aperto? Non ne sono mica tanto convinto. Ma di solito, anche per la mostra più vuota, un catalogo non manca (quanta carta!) e di solito non mi esimo dal farne scorrere velocissimamente fogli e pagine, perciò l’avrò fatto anche stavolta –, alla destra della porta d’uscita, dallo scaffale dove svogliatamente sono a disposizione di tutti, abbiamo preso degli opuscoli con gli eventi del periodo a Milano. Siamo ritornati poi verso corso Venezia, dove, a un centinaio di metri da via Senato, c’è una galleria d’arte privata: “Entriamo, guardiamo, Mariella chiede, a una persona che c’è all’interno, dell’artista in esposizione, io seguo poco, questa persona risponde, è educata, ripete spesso una parola tipica del critichese anni ottanta che ora non mi viene in mente; le opere esposte mi sono indifferenti”: è d’uopo l’uso del presente, vivo una specie di sovrapposizione tra numeri e lettere del quindici novembre e del sette dicembre.

Prima di andare a pranzo (abbiamo mangiato meno bene della volta precedente) siamo passati dalla Hoepli, fermandoci quel tanto che è bastato a fare un giro veloce, Mariella ha comprato un libro. Pomeriggio tra temperatura gradevole, accettabile e caotico viavai di gente, e palpabile aria di festa, circondati da gingilli ipercolorati al novantanove per cento privi di uno scopo, che vada al di là di un gratificante carico di paccottiglia, e di una qualche utilità dopo averli acquistati per sé o regalati. Verso sera, usciti dalla Galleria Vittorio Emanuele, attraversando piazza della Scala diretti alla stazione, confusione, le scene di ogni anno all’apertura della stagione teatrale, poliziotti, ressa, proteste, la sfilata patetica, ridicola, che in via Manzoni proseguiva, delle impellicciate (lo sono comunque, pur non essendo presente la pelliccia), quest’anno anche plissettate, e degli imbellettati, come in un quadro di Longhi, Pietro, non Roberto; e nella setacciata scrittura, rococò e altamente glicemica, di Longhi, Roberto, non Pietro.

La vita non è un cerchio, ma un anello a spire, spezzato in un punto e con le estremità sfalsate. Ha origine da spire e conduce ad altre spire. La vita non ha cosciente inizio né fine cosciente. Io non mi sono reso conto di quando è cominciata né saprò vederne la fine quando sarà terminata. Il serpente infilato nella bocca del pastore non è un cerchio (l’uroboro) ma una spira, e il morso che gli stacca la testa ne convalida come tale la forma. Il pastore-Zarathustra entra così in un movimento continuo che si riproduce da sé. Io sfido la malattia, quando si presenta, sfido la vita insoddisfatta, la quale deve avere quel grado d'insoddisfazione che sia da sprone, molla, input, via e traguardo depennato da un nuovo inizio, e voglio che questa vita – Vita, così si chiamava mia madre –  ritorni tale e quale a come è stata per poterla sfidare ancora, e poi ancora, infinite volte. Perché in questa sfida trovo le parole da scrivere e le forme da martellare, frantumare e ricreare, da odiare e amare anche soltanto perché ci sono.

“Mozzando la testa al serpente passo dall’eterno ritorno all’eterno rinnovamento”. Questo disse Friedrich a Wilhelm, e Wilhelm così parlò a Nietzsche, ma Nietzsche non lo scrisse e demandò tutto a Zarathustra; il persiano, nei territori d’Iberia, incontrò Nietzsche, e, una volta uno, una volta l’altro, essi parlarono a Feliscatus.

“Oh, come sopportare ancora di vivere, e come adesso sopportare di morire!

Così parlava Zarathustra”. Nell’imperfetto la continuità del tempo. In questa continuità di sfide trovo la potenza dell’Oltreuomo che ha scavalcato il servilismo verso dèi immaginari pensati come a lui superiori e dai quali dipendere. Tolti di mezzo tutti gli dèi, gli esseri umani avranno finalmente la mente sgombra, non orfani di ciò che non è mai esistito, ma liberi da prigioni da loro stessi create e dentro le quali per millenni si sono rinchiusi.

Mi rifiuto di percorrere la via lunga/corta religiosamente retta.

L’aquila e il serpente non fanno un cerchio, l’aquila vola seguendo una spirale; il serpente vola con essa e il cerchio segue la spirale, si spezza e impara a seguirla.

 

Il verde è il colore della prima parte di Zarathustra Felix, il marrone della seconda, per la terza è grigio tutto il piano del supporto, e oggi, 11 dicembre, finendo quest’ultima, non sono ancora deciso sul colore della quarta. Nero, al nero ho pensato, non proprio dall’inizio ma quasi, nero in tutto il supporto, o quanto meno la parte riservata al disegno, che ovviamente deve essere bianco. Il disegno, appunto, di problemi non me ne pone, anche se, devo dire, il disegno bianco sul nero non mi attira granché, lo trovo fotografico, senza però la modulazione della fotografia, e, ancor peggio, scolastico (sa di gesso e sale nella o di giotto su lavagna ignifuga scartavetrata con fumosa e polverosa nebbia), ha un aspetto ottuso e astutatu, cinnirusu, ammanierato, negativo. La scrittura dovrei farla comunque scura sul chiaro, con la penna nera come per tutto il resto già fatto. Scrivere piccolo, bianco sul nero, mi porrebbe dei problemi di leggibilità. Vedrò.

Solo il penultimo disegno ho tralasciato della terza parte, “Il convalescente” e “La grande nostalgia”, perché il primo dei due discorsi dovrei copiarlo integralmente, così preferisco fare le foto alle pagine del libro e incollarle sul cartone, mentre ne “La grande nostalgia” – è più tradotto come “Il grande anelito” ma a me piace meno – non compaiono animali.

 

Mancano ancora (tengo la penna inserita tra le dita nello stesso modo in cui scrivendo la reggeva mio cugino Franco) otto disegni, sto facendo il trentacinquesimo, dopo averlo finito ne mancheranno sette. Non si tratta di tautologia, ma è importante ribadirne corrispondenza e vicinanza: “Il mago, Fuori servizio”; è più di una sequenza di numeri, ogni disegno va oltre un’aggiunta al precedente e non si rivela solo come quello che precede il successivo. È iniziato il conto alla rovescia. Mi dispiace. Dove troverò un altro libro come Zarathustra? Il dito medio destro mi fa male, e il polpastrello mi formicola, appoggio spesso la penna nell’anulare, il coordinamento nella scrittura è scomposto, a zig-zag. E sono stanco. Ma quanto valore ha questa esperienza? Quanti infiniti vertici (Nietzsche su infiniti non sarebbe d’accordo, d’altra parte con quanti cozza, direbbe innumerevoli ma finiti, no, neanche innumerevoli, ma numerabili e finiti) contiene il libro? È la vertigine – adesso la faccenda si complica, quanti giramenti di testa stanno attorno a quel tipo di vertigine? – in ogni frase, di ogni parola, di giochi, rincorse e danze di vocali e consonanti che la compongono. Perché non so il tedesco (sono negato per l’apprendimento delle lingue) per poter leggerlo nella stesura originale senza mediazione di traduttori?

L'eterno ritorno di “Così parlò Zarathustra” è l'eterno ritorno a capo della lettura, che è l'eterno cambiamento nella lettura. 13 dicembre, ore 7,35. Solo coincidenze di numeri, nulla di magico, niente di numerologico da interrogare e analizzare; quale analisi? Universo: distanza minima e massima tra l'uomo e l'artista. Identificazione, rifiuto, accettazione, allontanamento, fuga. Fuggire da ciò che si è appena realizzato. Il tempo della vita di un uomo coincidente con il tempo della vita d'artista, l'artista nutre l'uomo perché questi possa continuare a cibarsene. Lo spazio e il tempo rimanenti sono illusione. Spazio, luce e tempo: queste tre parole riempivano i libri di storia dell'arte fino alla nausea. Parole adatte a qualsiasi clima, luogo, materia, epoca; a qualsiasi fatto, a qualsiasi misfatto (corrente, pensiero). Un Castelfranchi Vegas rilegato sarà fatto, all'inizio del terzo millennio, di spazi tra un capello e l'altro dopo il passaggio di un pettine d'osso, e viti di mare che vanno a fondo sepolte da arcobaleni di numeri e parole, quando una rada pietra bianca sarà la somma di tutti i colori.

Apparenza non esemplare, non necessaria.

Il tempo dell'eterno ritorno per l'uomo (tra nascita e morte, il resto, il prima e il dopo non contano, non esistono); il tempo dell'eterno cambiamento per l'artista. Avresti soppresso l'artista per un'altra vita? No, mai! E voglio misurarmi eternamente, in questo passaggio continuo, senza fine (ora sì, ne sono persuaso) nella durata di qualche decennio, ancora con questa vita.

Così e solo così, sempre uguale a se stessa, con gli stessi disegni, gli stessi quadri, le stesse sculture, le stesse fotografie, le stesse manipolazioni, le stesse mani, gli stessi dolori alle dita. Ancora una volta “Così volli che fosse”. Ché il dolore alle dita è questo tipo di scrittura.

 

Franco, da adolescente, era un gran lettore di fumetti (più in là lo sarebbe diventato di Segretissimo, con le copertine nere e le illustrazioni circolari di Jacono), e dopo averli letti, io allora bambino, me li regalava, in questo modo cominciai ad accumularli fino a farne, insieme a quelli che compravo io (acquisti accompagnati e seguiti da mugugni paterni), una specie di montagna che si alzava dal pavimento della soffitta; li paragonavo alle ricchezze auree di Paperone, nelle quali il fantastilionario si tuffava e nuotava, e tra i fumetti mi veniva voglia di emularlo.

Segretissimo, o i Gialli Mondadori che pure leggeva, invece non mi interessavano, ne avrò letti sì e no un paio, sforzandomi di capire che cosa ci trovasse di tanto appassionante, ricordo solo un personaggio, Nick Carter, le cui avventure prediligeva, una specie di agente segreto. Nell'ottobre del '72 mi presentò una ragazza della quale immediatamente m'innamorai; fu un amore da lei non corrisposto e che a sua insaputa (o forse sì, lo capì) mi condusse all'apertura della mia prima mostra personale, lavorava a pochi passi dal luogo in cui si trovava la galleria.

Era il 1973, il 17 di marzo arrivai all'ora dell'inaugurazione, trovai la saracinesca chiusa. La discussione che avevo avuto alcuni giorni prima (riguardava la mia partecipazione ad una precedente mostra) con uno dei tre soci della galleria, colui il quale era incaricato di aprirla, aveva dato i suoi frutti; mi tastai le tasche in cerca delle chiavi che durante l'allestimento mi erano state lasciate. Le avevo dimenticate a casa. Incaricai chi mi aveva accompagnato in macchina di andare a prenderle. Al sabato, nell'ora di punta serale, dal centro alla periferia di Palermo e ritorno occorreva più di mezz'ora. Mi sedetti sugli scalini, due, davanti alla porta chiusa e aspettai. Cominciarono a sfilare di fronte a me volti, dentro automobili – chi non era alla guida si sporgeva maggiormente, con mimica esplicita e incredula – e, a piedi, figure in tiro. Non mi chiedevano neanche se si fosse trattato di una burla, perché la mia faccia di ragazzino certamente non corrispondeva all'immagine che si erano fatti dell'autore di quei quadri (due) stampati sul catalogo-invito che avevano ricevuto.

Li guardavo, più incuriosito e quasi divertito che dispiaciuto.

Questo scorrimento di espressioni e visi – io ero lì, seduto, i miei quadri chiusi dentro, al sicuro, la gente passava e spariva – fu, per tanti aspetti, più interessante dei saluti, l'approvazione, le strette di mano che promettevano intese, i sorrisi sinceri o meno, che, nell'inizio sera, con l'anticipo mite di una prossima primavera che di lì a poco sarebbe arrivata, avrebbero dovuto sostituirlo.

Quarantaquattro anni fa, da studenti, mio cugino all'ultimo anno di università, io al primo, abitammo nello stesso appartamento insieme ad altri cinque o sei universitari, il numero periodicamente variava. Possedeva una considerevole capienza d'aria nei polmoni e riusciva ad arrivare in apnea a profondità che io non mi sognavo neanche di sfiorare. Abile pescatore subacqueo (mi regalò il primo fucile che ebbi, era ancora a molla, non ad aria compressa), aveva ereditato questa disposizione probabilmente dal comune nonno materno – mia madre e sua madre erano sorelle –, il quale, oltre ad essere stato un pescatore, non subacqueo, ai suoi tempi, ovviamente, cacciava, preferibilmente lepri e conigli, lasciando in uno stato di semiabbandono la terra che invece avrebbe dovuto coltivare. Per gli impegni venatori mia madre venne registrata all'anagrafe una settimana dopo la nascita. Il disinteresse del “cacciatore” per la terra, che sempre mantenne, provocava il convinto disappunto di mio padre, egli proveniva da una famiglia di agricoltori e aveva una particolare predisposizione per il “contatto a tutto tondo” con la terra – compositore architettonico delle coltivazioni, addomesticatore delle fronde degli alberi che dovevano seguire il suo gusto estetico e rispondere ad una funzionalità che ne ottimizzasse il raccolto –, per questo motivo i due non andavano d'accordo. Da parte mia consideravo il soppalco, “a pagghialora” della casa di nonno Peppino come un vero e proprio luogo delle invenzioni; in quel sottotetto al quale si accedeva con una scala a pioli, compresso e protetto da travi di legno e canali, infatti, teneva i suoi strumenti e marchingegni, da lui stesso costruiti interamente o adattati.

Aveva un modo tutto suo di tenere la biro, Franco, o la matita, anche le posate, se non ricordo male dovuto a un'operazione a un tendine, ma riusciva a suonare la chitarra, cosa a me preclusa; presi da lui qualche lezione ma la conformazione delle mie dita mi invitò a desistere. Io non ho le dita da musicista, pensai, ho mani di pittore. Perché, che mani ha un pittore? Di sicuro sono intrinsecamente sporche di colore, capita spesso di usare le dita anziché i pennelli, possono essere dotate, per dirne una – certamente cosa non necessaria ai fini del lavoro che devono svolgere –, di un modo non comune di prendere le posate: letteralmente le impugno, non sono capace di adoperarle 'gentilmente' con pollice, indice e medio.

Non è importante la convinzione su certe cose, ma è importante che queste cose permettano di parlare, come altrimenti non si sarebbe potuto, di altre di cui si è convinti.

 

Per i restanti lavori della quarta parte ho fatto a pezzi una borsa di carta di un negozio di abbigliamento, blu esternamente, bianca all'interno; i testi li ho scritti in parte di questa dal lato interno bianco. I disegni dei primi quattro discorsi sono sulla copertina di un catalogo divisa in due parti, come già detto, la prima usata in orizzontale, la seconda in verticale.

Nell'opera trentasei i due volti sono seguiti, o preceduti, dall'anello dell'eterno cambiamento – privo, in questo caso, dell'anello di continuità – seguendo un moto ascendente o discendente; dal basso non è più una salita la discesa di Pippo quando ad essa vengono voltate le spalle. Otterrei, da acrobata, un risultato senza gloria e senza danno – quello che mi occorre – capovolgendomi, in questo caso ridiventerebbe discesa, invece girandomi la disconoscerei del tutto.

D'improvviso, simile cosa ma non uguale a quanto era accaduto nei disegni venticinque e ventisei si è verificata, ha macinato e reso pigmento, in pasta di pastello e inchiostro di penna, nei lavori numero trentotto e quaranta, rispettivamente “Il benvenuto, La cena” e  “Della  scienza, Tra le figlie del deserto”: in un qui che è ora l'assunzione di maggiori proporzioni ha toccato solo i volti di Nietzsche, uno rivolto verso destra, l'altro verso sinistra, contenendo, inglobando dentro il corpo del profilo quelli di Zarathustra aventi dimensioni inferiori e disposti in direzioni contrarie.

Oggi, 17 dicembre, ore 7 e 15, sto per fare il penultimo disegno. I testi “Il risveglio” e “La festa dell'asino” li ho scritti ieri sera. Stanchezza, vuoto, un pieno rovesciato che si è sparso come una chiazza d'acqua che tutt'attorno lentamente si allarga; uno strappo imprevisto mi ha permesso di vedere metà foglio asciutto che non utilizzavo. Lo smalto, il piacere dell'esposizione è finito; fisicamente non è neanche iniziato, i lavori li sto ordinando ed esponendo nella testa. Solo all'archivio che vi si trova appartengono. Il resto è secondario, forse non ha motivo d'essere, non è necessario che si realizzi. Di quante stupidaggini consta quella che chiamano arte in certi giornali! Voglio distanziarmi maggiormente. Quanto sono lontano da questo nulla! Su un quotidiano di oggi, normalmente pieno di sbadigli, Bellotto, Canaletto, Kapoor. Quanto sono lontano da questo nulla! Singh! Accumuli di cianfrusaglie, come se non ce ne fossero già abbastanza per ogni dove; frullati di parole in cartocci distesi, quelle o altre chiacchiere non cambierebbe alcunché; lette al bar, non spenderei mai soldi per poterle leggere.

In questo periodo non espongo. Voglio stare solo e allontanarmi, disertare il rito stomachevole degli auguri. Tenere a inoffensiva distanza la gente che corre, che pare impazzita, sommersa da inutili pacchi e pacchetti. Tanta finzione e montagne di rifiuti, rosso e oro ovunque; come non sopporto il rosso e l'oro in questo periodo! E' un mese, dicembre, che rende irritanti il rosso e l'oro.

 

“Il segno”, così si chiama l'ultimo discorso di Zarathustra, l'ottantesimo. Ad esso, oggi, ho lavorato, con un senso di vuoto che mi osservava dall'altro lato della scrivania, era in posizione angolare, armato di pazienza e mi aspettava da un po'. Tra pile stilo semiconsumate, Dracula che baciava doppiamente Mina, una latta vuota di acquaragia e la tenda bianca che pioveva dall'alto.

E' bella qualsiasi partenza, si è pieni di entusiasmo quando inizia un gioco; già a metà strada è... così, così... “parlò e tutto dimenticai”. Dove, quando mai troverò un altro libro come “Così parlò Zarathustra”?

Ora Zarathustra ha cessato di parlarmi, farà sentire la sua assenza per un po' di tempo. Nietzsche ha cessato di parlare a Zarathustra. Zarathustra ha smesso di parlare a Feliscatus. Zarathustra è un nome che ripetuto tante volte nella pagina non dà noia, è fatto così, è ben strutturato e sa di eterno rinnovamento.

Stamattina è indolenzito anche il pollice. Uno dei lacci (di colore arancione – è il complementare del blu – come l'evidenziatore delle date, senza non mi raccapezzo, perdo il conto dell'ordine effettivo, non numerico e cronologico dei fogli) del sacco di carta esternamente blu l'ho utilizzato per l'anello dell'eterno cambiamento, in attesa dell'eterno ritorno che mai arriverà, nel tempo di quell'eternità “breve” che inizia quando si nasce e ha termine allorché si muore. Dopo averne tagliato uno dei nodi-testa per poterlo sfilare dai fori, di questo laccio mi sono servito per il quarantaduesimo disegno; non sono stati necessari Iberia, Nietzsche o Zarathustra. Trasferendolo in un'immagine disegnata non ha esaurito il suo compito, insito, questo, nella materia di cui è fatto. La forma che scorrendo lo costruisce finirò per fermarla, incollandola in un supporto baldanzoso, forse. Non so, vedrò. 17 dicembre. Il futuro utilizzò Zarathustra-Feliscatus.

Sì, un giorno ben scelto potrei decidere di sigillare parte dei dipinti, le sculture, i disegni, le fotografie facendo come se non ci fossero. Troppe cose ormai girano nella testa. Radere la vegetazione cresciuta negli anni, tra fusti, rami e intrichi fronzuti in mezzo ai quali mi muovo, mi sposto, cammino e volo, m'imporrebbe di ricominciare a mente sgombra. Di nuovo libero. Costa energia da riservare invece ad altro e la rallenta il passaggio negli spazi angusti, da uno spiraglio all'altro.

 

Avvolgersi ad anello tagliato con estremità non congiunte ma sfalsate, come un gatto che dorme (o pensa, o riflette parodiando il filosofo di mestiere – che mestiere è quello di nullafacente di produttivo come l'officiante di un mondo fittizio? del tantofacente di danno? –, l'artista di giri a vuoto di parole e di pluridecorati buchi nell'acqua), è percorso che estenua, travasamento in-fine-provvisoria nel doppio e ricarica di forze, rinnovamento di energia: scorrimento, ricambio, ampliamento. L'anello sfalsato promette l'inserimento di un altro anello, ma questo non serve, è rinuncia, delega mancante di scambio e appropriazione di forze. Cosicché mi convinco a tornare indietro e a cambiare le parole: un anello sfalsato gira, cammina, corre, scorre, slitta lungo le spire di un anello più grande; arrivato ad un'estremità, non potendo proseguire, non si sgancia perdendosi nel vuoto, ma trasmette la sua forza all'anello sul quale scorreva che così inizia a muoversi lungo un anello, anch'esso tagliato e con estremità sfalsate, ancora più grande. In quel che può chiamarsi da una parte precipitare nell'abisso, dall'altra espandersi nello spazio.

Pensiero, linguaggio, parola, veglia, sonno. Sogno. Undici cicli di sogni: dal 3 gennaio 1889 al 25 agosto 1900. I sogni di chi, a partire da quelle date, Nietzsche l'ha letto, e sulle sue parole ha corso, pensato, si è rilassato, ha dormito, ha riflettuto, si è formato. Nietzsche non amava i gatti, amava i leoni, per una sorta di dimensione fisica della potenza, nel rifugio di questa in un aspetto che ne mostrasse l'evidenza. Ma è un gatto il nano, e dice che la verità è curva, come la sua gobba di comunicativa contentezza e insindacabile (come i premi) pienezza di sé.

 

Mentre la legge, o dottrina che dir si voglia, dell'eterno ritorno, col ripetersi ciclico di ogni evento, eternamente-a sé-uguale, toglie spazio a ciò che, secondo alcuni molto interessati a che gli altri lo credano, dovrebbe venire dopo questa vita, quindi agli oltremondi, l'invito all'eterno cambiamento, all'interno dell'unica eternità possibile, che è questa vita, individuale – dalla nascita alla morte –, rimuove il terreno sul quale cresce il bisogno di compensazione al vuoto, ripiegando sulla necessità illusoria della trascendenza. E' la monotonia della vita vissuta, sentita come tempo non utilizzato quanto si sarebbe dovuto, la perversa strada dell'aldilà. E l'unica eternità possibile su cui lavorare è la vita (e la sua durata) della mente degli umani. Perché è in quel luogo che nasce, cresce e si sviluppa come una malattia il bisogno dell'oltremondo. Al di fuori di essa non esiste. Gli animali, le piante, le rocce non sanno che farsene di una sciocchezza simile. Nella mente degli umani bisogna intervenire filosoficamente riempiendola, soddisfacendola con la conoscenza, impegnandola, stimolandola, rinnovandola.

Quando alla fine di una giornata si tirano le somme del lavoro svolto, degli impegni risolti, della contentezza che ne consegue, si può, si vuole dormire tranquilli. Alla fine di una vita vissuta pienamente non si cerca una soddisfazione che ivi è mancata in un immaginario, inesistente mondo altro – non esiste un'altra opportunità di vivere, ce n'è una sola – e tranquillamente si accetta la propria fine.

L'eterno cambiamento all'interno della propria eternità che ha una durata: dalla nascita fisica alla fisica morte.

L'eterno cambiamento è una spirale cilindrica che si sviluppa lungo un cerchio tagliato in un punto. Le due estremità sono sfalsate, affinché questo possa spostarsi avanti e indietro lungo una spirale cilindrica di maggiori dimensioni e della quale è parte, sezione; e così via per tutti gli altri cerchi o spirali che vengono prima e dopo. Per una vertigine del sapere e del fare che sia capace di ridere di ogni trascendenza.

Non è l'assenza degli dèi a smuovere il nichilismo assopito, ma la visione della propria vita vissuta come cosa vuota e inutile, priva di senso. Insegnare a riempire la mente di curiosità e conoscenza, occorre. Le divinità sono una malformazione del pensiero, una dolorosa distorsione, l'habitat preferito dall'ignoranza, legittimazione e rifugio dell'incapacità di fare. Bisogna insegnare ad imparare – compito che le scuole non sono in grado di svolgere –, così facendo l'intrusione del pensiero inquinante verrà naturalmente allontanata, scartata, rimossa. Rifiutare le scuole come sono oggi fatte, quando non insegnano a pensare ma ad obbedire a pensieri altrui, e soprattutto i governi che sull'ignoranza progrediscono e di questa si nutrono.

Far morire mille volte il proprio pensiero e dalle ceneri farlo rinascere, è questo l'anello dell'eterno cambiamento.

 

“Il segno”, qui si vince la partita delle quarantadue carte; sono le nove e un quarto del 18 dicembre, ho finito di scriverne il testo. Una parte del discorso precedente, “Il canto dell’ebbrezza” l’avevo scritta ieri sera dopo cena, la rimanente e, appunto, “Il segno”, stamani, a partire dalle sette e mezza. L’anello dell’eterno cambiamento l’ho disegnato ieri mattina. In verità (la verità! L’importanza di questa parola per Zarathustra!) mi rimane il penultimo lavoro (disegno e testo) della terza parte. Penso proprio che anziché incollare nel cartone le pagine del libro, come avevo in precedenza deciso (sarebbe stato l’unico discorso siffatto), scriverò anche questo a mano, pur essendo lungo da fare. È un dialogo, “Il convalescente”, tra Zarathustra e i suoi animali, l’aquila e il serpente, che si estende per quasi tutto il discorso, il cinquantasettesimo.

 

19 dicembre, ore 18. Della terza parte ho finito anche la tavola (il cartone) di 29,5x39,5 centimetri con il quartultimo discorso, “Il convalescente”, e il terzultimo, “La grande nostalgia”. Ho disegnato Zarathustra e Nietzsche, Nietzsche e Zarathustra a penna con lumeggiature bianche, lumeggiature, queste, poco visibili sul colore grigio del fondo, mentre reggono la struttura dell’immagine, con l'aiuto di un contrappeso scuro, nel blu dei disegni dell’ultima parte. Accenni di lievi tratti chiari ho inserito, sui profili del poeta e del profeta, nel trentesimo disegno coi discorsi “Dello spirito di gravità” e “Delle antiche tavole e delle nuove”.

Riepilogando: il verde è il colore della prima parte; come supporto ho utilizzato carta dei sacchetti per il pane. Terra è il colore della seconda, su ritagli di carta, piuttosto spessa, di una borsa cartacea completamente bianca, senza alcuna intestazione o marchio da ambo i lati (i cosiddetti – più a torto che a ragione – ecologici sacchetti). Per la terza parte il colore è il grigio, non degli interventi a pastello ma di tutto il fondo che proviene da scatole aperte e pezzi vari di cartoncino rimasti negli anni, tra gli altri la copertura posteriore attaccata alla cornice di una vecchia stampa. Nella prima parte, oltre agli interventi a pastello, si vedono, in trasparenza, le righe verticali verdi che si trovavano sul lato frontale dei sacchetti divenuto il rovescio nel disegno. Il blu, infine, è il colore della quarta e ultima parte, ma solo per le aree disegnate, il testo è scritto su carta bianca leggera: lo è quella del trentatreesimo lavoro, dove ho utilizzato la stessa carta della prima parte ma con le righe orizzontali anziché verticali; oppure ho adoperato cartoncino, sempre bianco – in un paio di casi –, e per il resto parti della sporta di carta blu dalla quale ho tratto i supporti dei disegni, scrivendo però nel lato interno bianco. Una sola deroga al colore è avvenuta per l’opera numero ventotto – si parla quindi della terza parte –, dove il testo “Del passar oltre” e “Degli apostati” anziché sul grigio è scritto su una striscia verticale grigio-bruna. Sempre in questo lavoro Nietzsche ha il profilo di dimensioni superiori a quello di Zarathustra che ne è quasi una propaggine dalle parti del collo, ma, a parte la zona oculare, è privo di chiaroscuro invece presente nel suo alter ego, ed in certi punti ha il disegno espresso soltanto da tratti incisi meglio visibili con luce radente.

Ci sono alcuni discorsi in cui mancano riferimenti ad animali, nelle opere vi figurano soltanto come titoli.

Non mi ci vedo, non mi ci trovo, qui, ora, mentre realizzo i disegni innumerevoli volte in passato e altrettante innumerevoli, infinite volte a ripeterli in futuro. In passato ho preso avvio da altri infiniti libri che Friedrich ha scritto e altrettanti ne disegnerò in futuro, altri infiniti libri che Nietzsche scriverà. Non è vero, ovvio che non è vero, ma ho tanto da lavorare ancora sugli scritti di un’eternità chiusa in meno di un ventennio.

Dopo Nietzsche la parola di altri autori non ha colore, non ha forma; vuote parole, o false, o lunghe frasi, o noiose pagine su pagine lette con un occhio chiuso e uno per modo di dire aperto, troppe, per dire quanto può esser detto con pochi, sintetici, azzeccati termini. Anche millenni di pittura, scultura, architettura sono siffatti, almeno fino a un paio di secoli fa. Forme simili o uguali per dire le stesse, identiche sciocchezze e falsità.

Il primo dei due testi, “Il convalescente”, l’ho scritto quasi per intero, perché in esso Zarathustra, per tutto il discorso tranne che in poche frasi, parla, si confida, apre i suoi dubbi ai suoi animali, l’aquila e il serpente, e loro in egual misura e con altrettanta dedizione parlano a lui.

Sto guardando adesso due piccole foglie secche che avevo pensato di inserire in alcuni disegni, disegnando anch’esse ovviamente, ciò accadeva in ottobre, quando dovevo ancora decidere come impostare il tutto. Le intravedo nel caos della scrivania bianca, che di libero necessita solo dello spazio sufficiente a mettere i fogli su cui scrivo, di solito copie rimaste dei comunicati che faccio stampare per le mostre. Preferisco scrivere su fogli già usati da un lato, mi trovo meglio, come mi piace di più disegnare su carta nata e utilizzata per altri scopi piuttosto che su nuova carta.

Poco fa, sommando le singole basi, ho calcolato quanto misurano in lunghezza tutti e quarantadue i disegni, per vedere come devo sistemarli alle pareti della galleria, quando deciderò di esporli. Intorno ai quindici metri; a questi bisogna aggiungere i cinque centimetri di distanza tra un disegno e l'altro. Devo disporli su due file, non c'è altro modo di farceli stare tutti. 20 dicembre, ore 17,30.

Ah, dicevo delle foglie. No, no, niente foglie; ho fatto bene a non considerarle nemmeno; non mi pento di essere stato così sintetico, scarno, asciutto ma completo, secondo quel territorio chiaroscurato di zolle di interezza lungo il quale girovagavo, cercando, scalzo per un contatto immediato, di mantenere continuamente stabilità ed equilibrio. Un territorio scaldato dal sole a picco – luce, calore, meriggio e polvere – tra viso e testa, perché è in quel circuito che si gioca la partita, tra viso e testa, parola e pensiero, instabilità e disequilibrio. D'altra parte, occorre precisare che non era necessario riflettere più di quanto una mente ondeggiante fosse portata a richiedere sapendo di poterne fare a meno; era inutile camminare lungo i corridoi di un treno per arrivare prima, e sarei arrivato lo stesso anche se mi fossi spostato nel senso inverso alla direzione di marcia.

Andavo dietro la mano e dietro ciò che avevo a portata di mano, senza arrovellarmi troppo. Ingranaggio scorrevole in funzione spontanea: così mi appariva quanto stavo facendo, un motore a quattro tempi che andava a parole e segni, non bugiardi e finti, ma fisionomici e reali, macroscopici e speculari.

Due edizioni, e perciò doppia traduzione (ne avevo letto anche altre) di “Così parlò Zarathustra”, distanti cinquantasei anni una dall'altra, quindi supporti, come detto prima, già adibiti ad altro uso, penne, matite, pastelli, Iberia, Nietzsche e Zarathustra, Zarathustra e Nietzsche, e un laccio con due nodi, uno per ciascuna estremità.

Un confronto continuo tra i due libri, un risultato essenziale ma con tutto il necessario, così come lo volevo. Mi riferisco al disegno vero e proprio, perché per lo spazio riservato ai testi ho trasferito tutto quello che, discorso dopo discorso, in Zarathustra riguarda gli animali, e non è poco.

Comprensivo dei limiti esistenti tra il sé e il suo doppio, è tutto un groviglio incommensurabile dove le cose stanno dentro le cose, dentro le cose, dentro le cose, stanno una dentro l'altra in quell'eternità bastevole che va dalla nascita alla morte di un individuo qualsiasi, in questo caso prima il lettore, poi il pittore.

Non è esauriente, anzi non è pertinente parlar di cerchio per “Della visione e dell'enigma”, pensare questa associazione è semplicistico, riduttivo, e non spiega nulla. Come confondere la caduta di una lenta e svogliata goccia con un deciso getto a spruzzo, l'escremento di una mosca con uno starnuto.

Tutto si muove: la nave venuta da lontano e che vuole andare ancora lontano, seguendo, naturalmente, una superficie curva, sferica; si muove l'acqua del mare, si muove la terra girando su se stessa e attorno ad altro, e così via. Si muove l'agguato dei gorghi, lo spirito di gravità che a Zarathustra si oppone; Zarathustra si muove verso l'alto, sopra e con lui si muove lo spirito di gravità-nano-talpa contrapposto ad una massa inferiore nella maggiore dimensione del leone, Si muove il tempo, prima e dopo la porta dell'attimo, si muove l'attimo, il cerchio della luna crescente che va completandosi, il cerchio della luna calante che va dissolvendosi.

Il ragno zampetta sui fili concentrici della ragnatela; si muovono le onde sonore dei piani paralleli del tamburo, dal rullar dei tamburi. Il rullar dei tamburi è su due piani circolari, nello spazio tra essi compreso e fuori di essi. Il rullar dei tamburi passa da un piano all'altro. La porta con su scritto “Attimo” sussulta, si fa irrequieta, è terremotata, trema il cane col pelo irto che ulula. Morde la serpe il pastore, ne sputa la testa; è Zarathustra il pastore, egli spezza l'anello, sfalsa le punte dell'eterno ritorno, gl'impone di girare e correre, girando attorno a quel che vuole, a ciò che in particolare gli aggrada, “Questo è la vita? Bene! Ancora!”. Verso l'infinitamente grande per un verso e l'infinitamente piccolo per l'altro; dall'eternamente grande all'eternamente piccolo, “confinato” in una sola vita, è la chiave di lettura, dall'inizio alla fine, da un nulla all'altro nulla: il nulla della morte ha connotati in uso.

Questa pallottola di parole arrotate non può essere ridotta all'aridità di un solo inerme cerchio – la perfezione? quale perfezione? –, vi è una caterva di anelli spezzati qui; è un caos di cerchi aperti, è Dioniso, il mortale Dioniso che vince la morte: la voglia di vivere, finché c'è, finché lo vuole, rinvia la morte.

 

La sovrapposizione ad anello è insufficiente e inefficace come forma parlante; tangenza e rotazione di un cerchio aperto, dapprima occorrono; quindi il cerchio aperto e con le estremità sfalsate che corre lungo una spirale ad anello – che animali intelligenti i molluschi milionari (ricchezza misurata in anni) che portano appresso le loro case-ossatura! – ma anche questa è un cerchio che segue una spirale maggiore. Zarathustra salva il pastore, perciò se stesso, per poter tornare infinite volte a vedere il nemico soccombere. E, nelle battaglie, nella ripetuta lotta si spiega l'eterno ritorno che tende all'eterno cambiamento.

Non nella stessa posizione di ogni granello di sabbia: se venissero rimescolati chi mai potrebbe accorgersene?

Infinita la prima, infinita la seconda, infinite tutte le altre spirali che vengono “dopod”.

Io non so se l'eternità e l'infinito hanno questa forma, e non m'interessa saperlo; ma la mia testa eretta e mai piegata o remissiva è così fatta, è una costruzione senza confini con le sequenze temporali sovrapposte e coincidenti in una. Finché il cervello è in vita. Dopo la morte è un problema che non si pone. Nessun problema può toccare ciò che non esiste. Mi piacerebbe depennare la memoria, rinnovandola di dipinto in dipinto, di scultura in scultura, di disegno in disegno, con la fotografia farlo non è possibile. Qualsiasi atto creativo prende corpo perché la testa non sia solo un peso inerte sulle spalle (lì ho però delle riserve, che vengono cancellate come tali purché anche di queste se ne faccia utilizzo, con ogni mezzo capace di metterle in gioco). Il piacere, appunto, è solo nell'agire, nel fare, non v'è pensiero immateriale che tenga! Apprezzare e godere delle proprie realizzazioni ha un sapore amaro, ma non di verdura – che meraviglia quando il suo aroma, durante la cottura, si diffonde tra i muri di casa passando di stanza in stanza – con quel gusto che ne è costituzione e fondamento, ma di quelle cose per le quali per un certo tempo ne abbiamo conosciuto solo le sfumature opposte. Compiacersi del prima non aiuta, non è proficuo alla realizzazioni del dopo.

La sezione di un albero cavo è un anello interrotto. All'interno di quella sede viene sistemato il cadavere del funambolo, il camminatore sulla corda. La corda è anche un cappio. La circolarità del cappio ritornerà col serpente che cambia pelle. Se le catene fossero fatte di anelli spezzati e sfalsati non ci sarebbero prigioni. L'uomo è una corda tesa tra la bestia e il superuomo, sospesa sopra un precipizio, un giorno così disse Zarathustra.

 

2 gennaio 2017, prima di cena. Parlai con una signora, nei primi anni novanta, gentilissima, il cui nome non è necessario ricordare. Cercavo un gallerista cui affidare il mio lavoro – l'avevo fatto per cinque anni con la galleria L'Isola –, poi la mia voglia d'indipendenza prevalse e preferii gestirmi da solo. Si diceva allora che un pittore entrava a far parte della scuderia di quel tale o talaltro gallerista. Che strani e orrendi termini per uno che oggi vorrebbe abbracciare cavalli (o gatti) anziché esseri umani la cui consistenza va sempre più scemando, consumandosi e sciogliendosi nel dimenticatoio di quei tempi lontanissimi e ora totalmente privi di senso.

 

G. S. Feliscatus

 

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